Facciamo la tana?

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Il mio  gioco preferito da piccola era ‘la tana’. Era l’unico gioco che piaceva sia a me che a mio fratello, anche se, devo ammettere, anche il trenino su rotaie ci teneva piuttosto uniti. La tana comunque era speciale. Prendevamo vecchie coperte di lana, bucherellate qua e là, federe e lenzuola scambiate per i troppi lavaggi, tappetini e foulard che mamma non metteva più, e univamo tutto con le mollette. Creavamo una sorta di tendone da circo, anzi no, la tana assomigliava più ad una tenda indiana deforme che si reggeva con due tre sedie e una cordicella attaccata alla finestra. Entrarci era elettrizzante, era uno spazio tutto nostro, con regole tutte nostre e i grandi dovevano chiedere il permesso anche solo per affacciarsi. Un’emozione simile a quella di mettere per la prima volta piede nella casa dei propri sogni o di ricevere le chiavi in mano dell’auto che hai appena comprato. E’ un’esperienza di possesso credo e, per questo, d’identità.

Alcuni psicologi dicono che è un gioco, questo della tana, che sta cadendo pericolosamente in disuso. Oggi i bambini si creano le loro ‘bolle’ intorno ad un monitor di un videogioco o davanti la tv. Ritagliarsi per sé uno spazio della casa vuol dire invece creare uno spazio interiore dove il bambino può ricostruire un mondo che in parte si ispira a quello che osserva, al mondo dei grandi, ma non è esattamente a sua immagine e somiglianza. E piuttosto un’isola felice in cui ci si sente al sicuro, protetti e allo stesso tempo autonomi, indipendenti, padroni di uno spazio solo nostro. Se ci pensiamo, prima è il ventre materno, poi le braccia di nostra madre, lo spazio in cui sentirsi bene e al sicuro, poi però il bambino si lascia andare, vuole impadronirsi dell’ambiente che lo circonda e la tana serve proprio a questo. Un desiderio che non si affievolisce con l’età, ma si trasforma : nell’adolescenza c’è la cameretta ‘off limits’, l’ universo giovanile in una stanza, in cui entrano solo amici e animali domestici, finché con l’età ‘adulta’ non si sente il bisogno di ‘volare via dal nido’, di trovare un’altra tana, un altro angolo di mondo, solo per noi.   Diceva Conte di Lautréamont che ‘scendendo dal grande al piccolo, ogni uomo vive come un selvaggio nella sua tana, e ne esce di rado per visitare il suo simile, del pari accosciato in un’altra tana…’

 

 

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