Massimo Troisi: oggi avrebbe compiuto 60 anni…

Massimo Troisi: oggi avrebbe compiuto 60 anni...

Massimo Troisi in una scena de “Il postino”

Oggi la notizia è un’assenza, alla quale non mi sono potuto né voluto rassegnare. Una mancanza che pare più acuta oggi perché, se le cose fossero andate in un altro modo, il 19 febbraio 2013 Massimo Troisi avrebbe festeggiato 60 anni. Chissà come sarebbe stato: mi piace immaginarlo con i capelli un po’ più corti, inevitabilmente sale e pepe, un paio di baffetti, l’inconfondibile faccia da buono e il sorriso sempre pronto. Di certo, conoscendo il tipo, neppure un compleanno storico per definizione l’avrebbe spinto a strafare, ad autocelebrarsi: la sua originalità stava proprio nel fatto di essere un napoletanosui generis. Timido, posato, abituato a parlare sottovoce.

Di melodrammatico, nella vita di Troisi, c’è stata suo malgrado soltanto una cosa: l’epilogo. L’attacco cardiaco che, il 4 giugno 1994, l’ha portato via a soli 41 anni; da poche ore aveva finito di girare il suo film più importante e “internazionale”, Il postino, che la sua scomparsa ha consegnato alla leggenda prima ancora di uscire nelle sale.

“Non dimenticatevi di me”, aveva detto al resto della troupe, brindando dopo l’ultimo ciak, ma nessuno sul momento aveva interpretato quella frase come un commiato definitivo. Poi Massimo si è addormentato nel sonno, e quelle parole hanno fatto gelare il sangue nella schiena di molti.

È noto che a Troisi non faceva piacere che si parlasse dei suoi problemi di salute, perciò limitiamoci a ricordare che era affetto fin da ragazzo da un’anomalia cardiaca, e che nel 1976 aveva dovuto sottoporsi a un delicato intervento che, se non altro, gli permise di condurre un’esistenza normale. Il bollettino medico finisce qui: se stamattina ho acceso il computer non è certo per ricordare le sofferenze di un grande attore, ma per rimpiangere l’eleganza e l’ironia con cui fece irruzione nel cinema italiano, in un momento non particolarmente brillante della sua storia come gli anni ’80.

Se avesse voluto sfruttare la sua vicenda personale, per costruire l’ennesima macchietta partenopea, non gli sarebbero certo mancati gli argomenti: a San Giorgio a Cremano, dove nasce, vive in un appartamento di piazza Tarallo con i genitori, cinque fratelli e altri nove tra nonni, zii e cugini. Più che una famiglia, una compagnia teatrale, dove paradossalmente il giovane Massimo sembra il più taciturno e imbranato. Solo apparenza, però: osservando la vita quotidiana dei Troisi, il futuro mattatore accumula e comincia ad elaborare il materiale dei primi sketch. Quelli che, dopo la nascita del gruppo La smorfia (con Lello Arena e Enzo Decaro), vengono proposti in una serie di programma televisivi (Non StopLa sberlaLuna Park): oggi è materiale d’archivio, ma ai tempi non si parlava d’altro. La mia preferita è la mitica gag in cui Troisi cerca di salire sull’Arca e, per aggirare i divieti dell’inflessibile Noè, finge di essere il Minollo, un animale a dir poco improbabile (e infatti inesistente). Quando poi scopre che una coppia di Minolli è già a bordo, la situazione precipita…

Più che a Piedigrotta, qui siamo dalle parti dei Monty Python, anche se l’idioma è indiscutibilmente più verace. L’unicità di Troisi è tutta qui: napoletano al cento per cento senza mai cedere a un solo cliché. Che lo schermo sia grande o piccolo, nel suo lavoro non troverete mai la camorra, il traffico, i borseggiatori, la miseria. In primo piano ci sono i sentimenti, una capacità mai vista prima di sostituire l’esuberanza fracassona con la malinconia, la speranza con la disillusione, la retorica con un realismo agrodolce che incanta.

Niente di strano insomma se fin dal primo film, Ricomincio da tre, Troisi diventa un personaggio unico e inimitabile. Il suo territorio è ormai marcato, e Scusate il ritardo ne rende i confini ancora più nitidi. Alzi la mano chi è riuscito a restare serio ammirando il duetto sotto la pioggia tra Lello Arena, innamorato deluso, e Troisi che, fradicio, cerca di convincerlo a proseguire al coperto il suo sfogo passionale.

Straordinario sul set, Troisi non si smentisce nei rapporti con la stampa: mite, antiretorico, capace di un sarcasmo bonario eppure affilato. A chi decanta la sua capacità di osservare e raccontare la vita quotidiana: risponde così: “Non credo che per fare bei film sia sufficiente girare per la strada e guardare le persone. Altrimenti, i vigili urbani sarebbero tutti Ingmar Bergman!”. Dopo aver citato altri due gioielli (Non ci resta che piangere, in coppia con Roberto Benigni, e Il postino, che gli vale una candidatura purtroppo postuma all’Oscar), mi fermo. Uno stucchevole elenco di successi non rende giustizia al personaggio; molto meglio ricordare le sue battute, quelle più estemporanee e folgoranti. Un esempio? Si sentiva in colpa perché era sempre in giro e, pigro com’era, raramente telefonava a casa. Il padre, preoccupato per la sua salute, lo rimproverava bonariamente e così, durante una vacanza in Costa Rica, Massimo gli spedì una cartolina che raffigurava una meravigliosa spiaggia deserta. Dietro c’era scritta una sola frase: “Vedi un telefono qui?”. Mamma mia, quanto ci manchi…

di Alberto Rivaroli

 

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