Erano tutti miei figli

Ho avuto l’opportunità, qualche settimana fa, di andare al teatro con un’amica a vedere “Erano tutti miei figli”, dramma di Arthur Miller pubblicato nel 1947.

Bene. Posso dire adesso che per me questo spettacolo ha segnato un “prima” e un “dopo”.

E’ stato una spartiacque dell’anima. Sarò esagerata, ma è quello che sento… Faccio un gigantesco ‘mea culpa’ per non aver visto né letto nulla di Miller prima d’ora: adesso però mi sono innamorata.

Quando ero al liceo non riuscivo a comprendere come fosse possibile, studiando ad esempio la vita e le opere di scrittori e poeti, che molti di questi dopo una certa lettura o dopo aver ascoltato un tale discorso, dicessero di sentirsi diversi, di vedere le cose con occhi nuovi, addirittura decidessero di cambiare religione, filosofia o il proprio stile di vita…

Ero convinta che una semplice lettura o l’ascolto di un discorso, per quanto particolarmente illuminato, non potessero avere un tale potere e far scaturire cambiamenti anche lontanamente radicali… Mi sbagliavo. Adesso, se non proprio a comprenderli, riesco ad avvicinarmi di più a quei sentimenti, provati e raccontati, dai poeti del liceo…

“Erano tutti miei figli” è un invito ad essere migliori.

Non voglio raccontare la trama, né farne il commento, perché vi consiglio di vederla quest’opera, a teatro, o di leggerla. Mariano e Ruben Rigillo nei panni di Joe e Chris Keller, padre e figlio, hanno dato un surplus di anima ad un testo già carico di significato.

Le parole da loro interpretate aleggiavano sulla scena e sulla platea, rimanendo nell’aria per un po’, per essere assaporate per benino, prima di scomparire e lasciar posto ad altro… Ad un gesto… Ad uno sguardo… Ad un’allusione…

Si torna a credere negli ideali, grazie ai personaggi nati dalla penna e dal genio di Miller, e si arriva a credere che in fondo tutti possano farlo: sentirsi fratelli, padri e figli, sorelle, amarsi, per davvero… Sforzarsi di essere migliori… E dirsi che non è mai troppo tardi per cominciare.

Ho capito che non è una lettura a cambiarti, né un discorso più seducente di altri, o un incontro inatteso: è quel tormento, che da lì in poi ti prende, la molla del cambiamento: l’arrovellarsi continuo, un pensiero che si fa largo tra gli altri per arrivare sempre lì.. Intorno a quell’unico punto irrisolto, che spinge a riflettere, a fare silenzio dentro e fuori di sé. Si può mettere a tacere. Certo.

Ma se si ha voglia di lasciarsi trasportare dai valori inquieti di un uomo, si intraprenderà un viaggio senza fine che molti, prima di noi, hanno già percorso, alla ricerca di un senso diverso alla parola:

vita

Nella foto una scena di Erano tutti miei figli. A sinistra Mariano Rigillo

Nella foto una scena di Erano tutti miei figli. A sinistra Mariano Rigillo

 

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