Rio de Oro

saharawi

Alle cinque Warda mi ha offerto il thé. Lei è una saharawi: ha occhi e capelli nerissimi, la pelle ambrata, e mi ricorda una principessa delle “Mille e una notte”…  Warda si trova, insieme ad una ciurma scalmanata di bambini saharawi, presso il centro Rio de Oro di Milano che, dal 2000, si propone ogni anno di ospitare in Italia una decina di bambini, tutti portatori di disabilità psichiche o fisiche, e di offrire loro un percorso di visite e terapie che possa renderli quanto più possibile autosufficienti.

I saharawi, come i loro antenati berberi, sanno che il thé non è una semplice bevanda né un passatempo qualsiasi: è un rito, una cerimonia, un appuntamento fisso. Non è come il caffè in ufficio, che prendi per star sveglio fino alle sei; è piuttosto una buona consuetudine, come svegliarsi e dire buongiorno a tua madre, magari anche con un bacio. Il thè è un ‘buon pomeriggio’ sussurrato nel linguaggio delle spezie. Si offre agli ospiti in segno di benvenuto: è un invito a fermarsi per un po’ e a conoscersi.

Ed io, questo pomeriggio, ho accettato l’invito di Maria, volontaria del centro Rio de Oro, e ho gustato il thè più buono della mia vita. Warda nonostante le stampelle ha conservato intatta l’eleganza delle principesse del deserto e mentre mi versa il suo thè dorato mi spiega che la tradizione vorrebbe che se ne prendessero tre: “il primo amaro, come la vita”. Fa una pausa, subito dopo, e fissa per un momento un punto a mezz’aria. “Il secondo” prosegue “è dolce, come l’amore”, nel frattempo appoggia con due mani la teiera sul vassoietto argentato che svetta davanti ai nostri piedi, sollevato da terra grazie a tre esili piedini. Riposa la teiera e sorride: lo sa anche lei che l’amore non è sempre così dolce… Infine conclude: “L’ultimo è suave, come la morte”. Lo dice con quell’accento spagnolo che ogni tanto torna a galla, retaggio dell’antica dominazione spagnola e dell’istruzione nei campi  profughi, sostenuta dal governo cubano.

Si comincia così, facilmente, a parlare di amore e di vita, della loro e della mia, quand’ecco che arrivano, chi di corsa, chi gattonando, chi barcollando un po’ su gambine sottili come quelle di un fenicottero, tutti i bimbi del Rio de Oro: Yunes, Mojtar, Alìjeddu, Fatma, Mohamed, Aziza, Sidi e tutti gli altri. Sicuramente avrò sbagliato a scrivere i loro nomi, di quelli non ho grande memoria, ma i loro occhi, i loro sguardi, quelli no, non si possono dimenticare. Si mettono tutt’intorno e cominciano a parlare, a ridere, a gridare, a curiosare. Ogni tanto ti stringono forte e ti chiedono un bacio. Altre volte dici per sbaglio qualcosa che li fa ridere e loro inclinano la testa all’indietro, chiudono gli occhi e cominciano a ridere di gusto, come fossero i bambini più felici del mondo. E lo sono.

Perché un bambino quando ride è sempre il più felice del mondo, anche con una tetraparesi, l’epilessia o un ritardo mentale.

I saharawi vivono per la maggior parte in campi profughi a Tindous, al confine tra l’Algeria, il Marocco, il Sahara occidentale e la Mauritania. In questi campi fatti di case di sabbia e tende di stoffe rappezzate i Saharawi vivono con estrema fierezza, pur non dimenticando di essere un popolo in esilio. Sulla loro origine ancora si dibatte, secondo alcuni sono di stirpe berbera, secondo altri sono arabi, sta di fatto che il loro idioma, l’hassania, rivela una forte parentela con le popolazioni mauritane, maliane e senegalesi.

RioDeOro cerca di assistere i più deboli tra i saharawi, quei bambini, cioè, che affetti da malattie o disabilità di vario genere, vivono ai margini di una società, anch’essa, dimenticata. Durante le accoglienze estive vengono visitati e curati da medici volontari per far ritorno poi a casa se non completamente guariti, almeno ‘rinati’. Accade lo stesso a chi entra in contatto con loro: torni a casa stanco, ma ritemprato. Amareggiato per le ingiustizie della vita e le sofferenze di quei piccoli, ma fiducioso per aver respirato e ‘sorseggiato’ tanto amore…

C’è un proverbio arabo che il gruppo di Rio de Oro ha fatto suo e che credo sia la summa perfetta della loro missione:  “Una sola mano non può applaudire” (يدوحدهامابتصفق “Ead waHdha maa betSaffeq”).

Aiutiamo Rio de Oro, aiutiamo i Saharawi!

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