Un funerale, un’amazzone e un mare di guai.

mare

Ieri mattina sono andata ad un funerale.

Non era né un mio parente né un mio amico, non era nemmeno una persona che conoscevo bene: era il papà di una mia collega che però in breve tempo è riuscita a diventare anche una mia amica. Un’amica tosta, una donna di quelle che la vita sembra non ferire mai. In realtà non è così: la vita presto o tardi lascia segni un po’ su tutti, eppure ci sono persone che non te li mostreranno facilmente. Lei, per esempio, conserva in ogni suo gesto la fierezza delle principesse amazzoni,  gliel’ho sempre detto, padrona di un contegno quasi regale. Non si lascia mai vedere affranta o a testa bassa; preferisce averlo lei il sopravvento sugli eventi.

“Supererò anche questo!”: era il messaggio che lampeggiava dai suoi occhi neri e impenetrabili. “Andrò avanti, come hanno fatto in tanti prima di me, come faranno tanti dopo di me”. È bastato il suo sguardo tenace a disinnescare in me un ordigno di afflizione ed empatia che mi portavo dietro, dolorosamente, dalla sera prima. Quell’empatia che in altri casi avrebbe appesantito il mio respiro e trascinato, incontrastabile, nella sofferenza di chi avevo davanti, stavolta mi introduceva, per lo stesso principio, in una terra da me ancora poco battuta, dove non cresceva rassegnazione o stanchezza, ma una fermezza ammirabile e per me assolutamente nuova.

È stato in quel momento che ho pensato alla bellezza.

A quante occasioni di bellezza ci lasciamo scappare, noi così impegnati a organizzarci la vita, a fare la spesa per la settimana, a contare le calorie, a rispondere alle mail di lavoro, a far quadrare i conti del bilancio familiare, a inseguire desideri che in realtà non ci appartengono. Ingabbiati in uno schema che, quasi senza accorgercene, consideriamo la mappa più logica da seguire. Ma cosa accadrebbe se tutto questo finisse oggi stesso? Quelle occasioni di bellezza perduta non torneranno più. Penso che sia troppo rischioso vivere così: proprio perché non sappiamo quanto tempo ci rimane, non possiamo perdere il tempo che viviamo. L’unico modo per impiegarlo al meglio credo sia circondarsi di bellezza.

Essere bellezza.

I Greci, che di bellezza ne capiscono davvero, hanno quattro modi diversi per riferirsi al mare: als, talassa, pelago e pontos. L’accezione più interessante secondo me è l’ultima: pontos è il mare come via di passaggio, come luogo dell’avventura dietro un orizzonte incerto. Mi convinco sempre di più che l’unica scelta sensata che io possa fare ogni mattina sia quella di sentirmi un marinaio: smanioso di vedere terra, ogni volta diversa, ogni volta sconosciuta, senza paura delle burrasche e delle perdite che si subiscono durante la navigazione. Queste sono solo parte del viaggio e in fondo c’è bellezza anche nel dolore, se non lasciamo che ci consumi. Voglio scrutare, ogni istante, tutto quello che mi circonda, sforzandomi di intercettare anche il più piccolo ed impercettibile frammento di bellezza.

Certo, non è un’impresa facile e per portarla avanti non basta la convinzione di un momento particolarmente ispirato. Bisogna saper diventare anime leggere, mollare i fardelli che ci impacciano da troppo tempo, rischiare di apparire persone semplici che gioiscono per inezie e banalità. Bisogna riuscire a levare l’àncora più e più volte e concedersi il piacere di sorprendersi o forse, più realisticamente, allenare un’attitudine. Il viaggio non sarà meno doloroso, le ferite non bruceranno di meno e le burrasche faranno ugualmente i loro danni, ma forse un giorno si riuscirà persino ad apprezzare la bellezza dell’incerto, a preferire l’avventura alla certezza di una mappa collaudata, ad affrontare persino la morte come un’amazzone guerriera e trovare appagamento in un viaggio che, ogni giorno, ci si appresta a ricominciare.

 

 

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