Vivere di storie

storie 4

Viviamo di storie, nulla di più.

Ci nutriamo di storie da sempre. Se torniamo indietro con la memoria finché riusciamo, ai nostri primissimi ricordi d’infanzia, non ci sorprenderemo se tra questi ci sarà, quasi certamente, quello di una voce che ci racconta qualcosa. Una favola, un fatto riportato o frammenti della storia di un cartone animato, di un film, di una canzone…

Forse cominciamo ad ascoltare delle storie ancora prima di vedere la luce ed è così che poi, già appena nati, sappiamo riconoscere la voce di nostra madre tra mille.

Le storie cominciano ben presto ad appassionarci, a volte anche ad impaurirci, e quando qualcuno, per la prima volta, ci racconta una favola, ci ritroviamo lì a bocca semi aperta, in contemplazione, occhi fissi negli occhi. “E’ tutto vero!” (Pensiamo) “Anche la voce del babbo si incrina quando il drago fa la sua apparizione davanti al coraggioso cavaliere”…

Le storie cominciano a diventare così delle compagne fidate: ci rincuora ascoltare quel finale già noto tutte le sere e ci abbandoniamo al sonno solo dopo averlo sentito pronunciare, per l’ennesima volta, con la stessa enfasi della sera prima, e pur conoscendo ormai a memoria tutte le parole, il nostro stupore si rinnova, intatto, tutte le volte che le ascoltiamo.

Ma le storie le si comincia ad apprezzare veramente quando scopriamo la morte. La fine della nostra personalissima storia.

Quando capii per la prima volta che anch’io un giorno avrei smesso di esistere, cominciai a dare più valore ai racconti che ascoltavo. E succede così che, ogni tanto, finiamo con l’emozionarci nel venire a conoscenza di alcune storie, persino a commuoverci.

In fondo, noi non siamo altro che una summa di tante piccole storie: quelle dei nostri genitori, prima di noi, quelle ascoltate durante la nostra infanzia e la nostra adolescenza (alcune  di queste, impressionanti, ci hanno addirittura cambiato, altre terribili, ci hanno fatto solo del male). E’ importante quindi cibarsi di storie belle, perché diventiamo le storie che ci raccontiamo.

Anche i ricordi, in fondo, cosa sono se non delle storie che continuiamo a ripeterci? E ogni giorno, anche inconsciamente, comunichiamo agli altri la nostra unica e irripetibile storia, nel modo in cui pensiamo di interpretarla, nel modo in cui crediamo vada interpretata. Ed è questa la chiave della felicità. A dir il vero, è questa anche la chiave dell’infelicità.

Come la fiaba ci dà le chiavi per entrare nella realtà attraverso strade nuove, così il modo in cui ci raccontiamo la nostra storia può determinare il nostro destino. Crediamo nell’eroe protagonista? Abbiamo fiducia che incontri prima o poi un valido aiutante e, sopratutto, che saprà riconoscerlo quando gli si parerà davanti sul suo cammino? Oppure pensiamo che l’antagonista avrà la meglio e che le difficoltà incontrate siano troppe e eccessivamente grandi per poter continuare il viaggio con serenità?…

Si dice che per rimanere sulla buona strada si devono frequentare buone compagnie: facciamoci accompagnare allora dai racconti giusti, imbattiamoci, per quanto ci è possibile, in storie belle, divertenti, e a lieto fine; andiamole a cercare noi, se loro non arrivano, perché le cattive compagnie, alla lunga, ci cambiano.

Anche quelle buone lo fanno, ma sempre in meglio, lasciando una traccia indelebile e infondendo il coraggio di chi sa che la propria storia può essere riscritta, ogni singolo giorno.

 

 

 

 

 

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