Artemisia, una donna del nostro tempo.

Per me è stata sconvolgente.
È stata questa la prima cosa che mi sono sentita di dire sulla mostra a Palazzo Braschi: “Artemisia Gentileschi e il suo tempo”. E non credo di essere esagerata.

img_20161129_212455Questo che vedete è il quadro che mi ha colpito di più. Artemisia l’ha dipinto a 17 anni.
Diciassette anni, già. E c’è dentro tutto il suo mondo.
Si intitola “Susanna e i vecchioni” e illustra la storia di Susanna che vinta dal caldo decide di fare un bagno. Due vecchi giudici la scoprono e decidono di ricattarla. Se la giovane non avesse soddisfatto le loro richieste, l’avrebbero denunciata per adulterio. Susanna non accetta e viene condannata a morte.
Per la prima volta in una tela irrompe il punto di vista femminile, il punto di vista di un’artista. Donna.
La ragazza non è la classica bellona seducente che sprigiona sensualità e compiacimento. Guardatele bene il viso: è spaventata, affranta, inorridita. Finalmente il mito trova un’interpretazione femminile, i ruoli vengono capovolti, i due vecchi sono quelli brutti, sporchi e cattivi e la donzella è l’eroina di integrità e coraggio.
Questa tela mette a disagio, non trovate? C’è dentro tutto il viscidume e lo squallore umano e c’è il grido di una ragazza che vuole giustizia. Artemisia è stata da poco violentata da un pittore amico di suo padre che assomiglia proprio un sacco al vecchio col mantello rosso. Il suo violentatore invece assomiglia incredibilmente all’altro. Due uomini che la opprimono in modi diversi: il primo la ostacola nel diventare pittrice, e quindi una donna realizzata, il secondo la ostacola nel diventare una donna felice.
Essendo donna, poi, non è ammessa nemmeno all’Accademia e ciò implica che non avrà mai dei modelli da dipingere. È spacciata, senza un modello in posa come puoi migliorare tratto e tecnica? Artemisia non si arrende, si spoglia davanti allo specchio e comincia a dipingere se stessa. Ma che grande è?
Il suo nome finalmente comincia a girare, e non solo per il processo che intenta contro il suo aggressore, destando scalpore sopra ogni misura, ma soprattutto per i suoi quadri. Diventa così la Prima donna membro dell’Accademia del Disegno di Firenze, riuscendo a imporsi in un ambiente dominato da soli uomini, da sempre.
Artemisia dipinge donne avvenenti ed eleganti, sicure e emancipate, che dominano la scena nella tela. È rivoluzionaria: traduce finalmente in arte la rabbia della violenza subita e attraverso l’arte la rielabora, liberandosene. Le sue sono donne che decapitano omaccioni barbuti, donne che conficcano chiodi nei crani, persino donne che pugnalano i propri figli. La sua “Giuditta che decapita Oloferne” supera in drammaticità persino il riferimento caravaggesco! Le sue donne prendono finalmente il controllo, anche con la violenza, e non sono più meri oggetto delle malìe maschili.
È sconvolgentemente avanti. E la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo è una riflessione anche sul nostro, di tempo, e su tutte le volte in cui noi donne pensiamo, sbagliando, di non poter bastare a noi stesse, di non poter essere le protagoniste assolute della nostra storia, di non avere la forza di contrapporci a chi ci fa del male.
In quei momenti ci vorrebbe un quadro così a ricordarci chi siamo.

 

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